21-04-2015

Arthur Casas padiglione brasiliano EXPO 2015

Progetti

L’architetto Arthur Casas racconta il progetto del padiglione brasiliano EXPO 2015. Dall’eredità di Paulo Mendes da Rocha e Oscar Niemeyer alle politiche di tutela ambientale, l’architettura del padiglione per EXPO 2015, ideato da Arthur Casas, è ricca di simboli del Brasile contemporaneo.



Arthur Casas padiglione brasiliano EXPO 2015

Che cosa si leggerà del Brasile contemporaneo nella sua interpretazione e come larchitettura del padiglione metterà in scena il percorso attraverso il Brasile che voi raffigurate lungo il Rio delle Amazzoni?
Lo scopo era concentrarci su elementi molto semplici per trasmettere la nostra idea di quello che è oggi il Brasile. Un simbolo molto forte, la rete amorfa, contrasta ad esempio con il resto dell'architettura che è piuttosto sobria. Queste idee non creano contraddizioni, ma sono complementari e parlano del potenziale del Brasile attuale come nazione intrinsecamente complessa e tuttavia in grado di ottenere cose molto concrete, come essere una democrazia straordinariamente vivace o uno dei principali produttori agricoli al mondo. Questo viaggio attraverso il Brasile deve essere un viaggio di scoperta oltre gli stereotipi. L'idea di “pixellare" parte del Rio delle Amazzoni all'interno delle piantagioni vuole ricordare che è una parte vitale del nostro ecosistema e che la sua conservazione non è in contrasto con l'agricoltura. La gente sembra ignorare che contenere la deforestazione è un enorme successo per il Brasile, anche se molto deve ancora essere fatto per fermarla del tutto. L'aumento della produttività dell'agricoltura brasiliana è fenomenale e si verifica in aree coltivate esistenti, non attraverso l'espansione. Questo simbolo sintetizza quindi questa idea, il bacino del Rio delle Amazzoni può e deve essere preservato e il nostro potenziale agricolo non ne implica la distruzione ma, al contrario, la sua conservazione ne è un elemento chiave.

Il padiglione brasiliano è costituito da un volume coperto e da uno scoperto, da unarchitettura funzionale che si innesta in unarchitettura simbolica. Ci vuole descrivere il concept alla base del vostro progetto?
Le regole stabilite dal comitato Expo 2015 erano molto interessanti in quanto richiedevano spazi aperti, una razionalizzazione dell'architettura che non doveva portare a una serie di edifici autonomi che cercassero di apparire più stridenti di quelli vicini. Per noi è stato naturale pensare a una grande piazza, uno spazio vitale che fungesse da transizione dall'esterno all'interno. Il volume scoperto è totalmente poroso, i pannelli in ferro lo proteggono dal sole ma non dalla pioggia, quindi in questo senso è davvero uno spazio ibrido. Il simbolo dell'architettura stessa si incentra su questa semplicità di materiali che fanno riferimento al nostro suolo, come il ferro, e alla nostra storia architettonica di altri padiglioni, come quelli progettati in passato da Paulo Mendes da Rocha, Sergio Bernardes o Lucio Costa e Oscar Niemeyer. La nostra architettura è ancora molto legata al modernismo, all'idea che le soluzioni debbano essere eleganti e sobrie, che i  simboli sono più forti se non abusano di vocabolario e non cadono vittime del manierismo. Così, semplicemente si entra nella piazza e si scoprono piante diverse, la loro storia, si può passeggiare in questo spazio, salire sull'ampia rete amorfa che fa riferimento alla mostra “Riposatevi” di Lucio Costa, che si è tenuta qui in Italia, 50 anni fa, rilassarsi o giocare se si preferisce. Delle rampe leggermente inclinate consentono di salire e guardare l'area da diversi punti di vista, si può poi decidere di entrare negli spazi coperti e scoprire le varie mostre sul design, la tecnologia e l'agricoltura brasiliani. Tutto deve essere molto spontaneo, non vogliamo imporre niente ai visitatori, nessuna spettacolarità, solo un padiglione che ha molte interessanti informazioni da offrire su un tema cruciale per il mondo intero. 

In che modo passerete il messaggio che il Brasile è tra i maggiori produttori mondiali di cibo ed è quindi importante investire in agricoltura?
Ritengo che il messaggio esista già. Il Brasile è già oggi tra i maggiori produttori di quasi tutti i principali prodotti agricoli. Il messaggio più importante non è mostrare una sorta su superpotenza agricola, quello che dobbiamo mostrare è in che modo questo processo influisce sul nostro paese, la nostra società e i nostri ecosistemi. Il Brasile è un paese estremamente consapevole di queste sfide. Abbiamo di gran lunga il maggior tasso di biodiversità del mondo. È ancora diffuso un anacronismo che associa il nostro sviluppo alla distruzione della foresta amazzonica e secondo il quale se investiamo in biocarburanti la gente avrà fame e ogni ecosistema perirà. Si tratta di falsa propaganda, il Brasile è forse oggi il paese con i maggiori investimenti nella protezione ambientale. Non è propaganda, sono fatti: oltre il 50% dell'area di conservazione creata nel mondo negli ultimi 15 anni è in Brasile. La nostra produttività aumenta esponenzialmente e lo fa all'interno di cinture agricole distanti migliaia di chilometri dall'Amazzonia. Naturalmente ci sono ancora grandi minacce e niente sarebbe più sciocco che abbattere alberi ed eliminare specie che potrebbero letteralmente salvarci per sostituirle con pascoli per allevare mucche che espellono metano! Ma c'è consenso su questo tema, sono stati ottenuti risultati importanti e per il futuro ci attendono grandi sfide. Il nostro messaggio è informare la gente di cosa sta accadendo ora e di cosa può essere fatto per vincere queste sfide. Società come EMBRAPA stanno rivoluzionando la biotecnologia aumentando la produttività, inventando biocarburanti efficaci e aiutando al contempo la conservazione del nostro pianeta. Gli investimenti nell'agricoltura sono essenziali per il nostro futuro e, essendo il paese con il maggior potenziale in questo senso (siamo uno dei principali produttori ma coltiviamo appena il 30% delle aree disponibili per l'agricoltura nel nostro territorio), abbiamo la responsabilità di nutrire il mondo preservando i nostri ecosistemi. Come ha detto una volta sull'Amazzonia la grande studiosa Bertha Becker: “La foresta non ce la può fare da sola se non ne comprendiamo il valore in profondità, incluso il valore economico”.

Su Expo sono state fatte tante polemiche: dagli imprenditori delle società di costruzione arrestati, alla lungaggine dei lavori, dalle domande dei cittadini sul senso della manifestazione, ai comitati No Canal e No Expo. Quanto e come tutto questo ha influenzato il vostro lavoro di concezione, progettazione e sviluppo del padiglione e qual è oggi la vostra opinione sulla vicenda Expo?
È una triste realtà che circonda eventi di questo tipo. Lo abbiamo visto in Brasile in occasione della Coppa del Mondo e lo stesso potrebbe accadere per i Giochi Olimpici. Siamo ancora ben lungi dal saper garantire processi puliti e aperti quanto si stratta di edifici pubblici in generale. Il nostro studio dovrebbe quindi astenersi dal partecipare e negare la realtà? Non credo. Vale quanto detto per gli altri temi affrontati: dobbiamo abbandonare l'agricoltura e lasciare che la natura si impossessi di nuovo del nostro paese? Siamo a un punto di svolta in cui la trasparenza si impone in ogni processo pubblico e questo è stimolante e positivo. Tutti questi scandali accadevano anche prima, ma ora diventano pubblici e più persone vengono punite. Questo garantisce che la prossima volta alcuni di questi individui ci penseranno due volte prima di partecipare. L'Expo è un'opportunità per  Milano, per l'Italia. Si suppone che lascerà un'eredità e non diventerà una sorta di cimitero di inutili padiglioni. I suoi parametri stabilivano che tutti gli edifici dovessero essere sostenibili, con un procedimento di montaggio e smontaggio semplice. Abbiamo fatto la nostra parte e sviluppato un progetto che rispondesse a queste esigenze. Questo Expo ci insegnerà alcune buone lezioni e credo che i cittadini, che hanno tutti i diritti di non esserne soddisfatti, dovrebbero partecipare alla sua futura trasformazione. Non è solo un circo per turisti come alcuni lo dipingono, costituisce un'opportunità di discussioni importanti su un tema critico in termini di urbanistica, costituisce una proposta interessante per portare vita in  un’area abbandonata. È perfetto? Certamente no. È un'alternativa interessante? Credo di sì e diventa parte di un dibattito più ampio, vale a dire come noi, umanità, creiamo forum estremamente necessari per discutere le tematiche che interessano le società in generale. Deve essere sotto forma di Expo? Deve necessariamente lasciare dietro di sé tracce che non hanno scopo in seguito? Alcune risposte sono ovvie, altre richiedono ancora molte discussioni e i prossimi 6 mesi costituiscono una straordinaria opportunità per farlo. 
 



Il padiglione brasiliano non sarà demolito perché è stato progettato per essere smontabile e rimandabile in altra sede, anche solo in parte. Alla conclusione dellExpo sarà donato al Comune di Milano. Ci vuole raccontare come è nata lidea di salvaguardarlo, come è stata concepita e sviluppata la struttura in funzione di questo scopo e come sarà utilizzata in futuro larchitettura dalla città di Milano?
Faceva parte delle specifiche: doveva essere fatto così, facile da montare e smontare. Cosa piuttosto logica per un padiglione, voglio dire che non ha senso realizzare una struttura che poi non possa essere riciclata o riutilizzata. Avevamo un budget molto limitato. La recente svalutazione della nostra moneta non ha aiutato, perché il budget era stato definito in real brasiliani naturalmente e ha perso il 30% del suo valore negli ultimi mesi. Le soluzioni dovevano quindi essere molto economiche ma riuscire tuttavia a trasmettere tutti i messaggi di cui abbiamo parlato. Veramente all'inizio volevamo che il padiglione tornasse in Brasile con i suoi elementi espositivi, in modo da mostrarlo alla gente che non potrà vederlo a Milano. Ma i costi di trasporto erano proibitivi per il nostro budget risicato, quindi la soluzione migliore era donarlo al Comune di Milano. Si tratta di uno spazio molto flessibile, potrà essere spostato ovunque e adattato ad altri usi con una spesa contenuta. Credo che siano i milanesi a dover decidere dove sistemarlo e per cosa utilizzarlo. Noi come architetti abbiamo fatto la nostra parte: si può fare molto con una struttura che diventa una piacevole piazzetta, con alcuni locali espositivi e un auditorium di discrete dimensioni. Se il comune lo desidera, saremo felici di dare il nostro piccolo contributo al dibattito!
 
Architecture, Interior Design and Furniture - Studio Arthur Casas Team
Creative Direction - Arthur Casas
Studio director - Marília Pellegrini
Project Coordination - Alexandra Kayat and Gabriel Ranieri
Interior Design Coordination - Renata Adoni
Furniture Design Coordination - Arnault Weber
Architects team - Alessandra Mattar, Eduardo Mikowski, Nara Telles, Raul Kano, Fernanda Müller, Juliana Matalon and Pedro Ribeiro
 
Local consultants and technical responsability
Mosae - Architecture and engineering
Team - Stefano Pierfrancesco Pellin Dario Pellizzari, Andrea Savoldelli, Klaus Scalet, Michele Maddalo and Luisa Basiricò
 
Exhibition and Scenography - Atelier Marko Brajovic
Creative Direction - Marko Brajovic and Carmela Rocha
Project Coordination - Carmela Rocha
Graphic Design - Estudia Design
Internal team - Martina Brusius, Milica Djordjevic and André Romitelli
Curators - Rony Rodrigues and Eduardo Biz
 
Consultants
- Structure: SP Project
- Net: Officium - Thomas Ferwagner - structure
Kompan - Eduardo Pagés - production
Corocord - material supplier
 
Project date - 2014
Construction - 2015
Plot area - 4.133m2
Built area - 2.384,88m2
 
Photos - work in progress by Fillipo Poli - filippoli@yahoo.it
Photos - scale model by Eduardo Pagés - edupag@kompan.com
 
www.arthurcasas.com


GALLERY

Eduardo Pagés

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Eduardo Pagés Milano 2015

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Fillipo Poli

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Eduardo Pagés Milano 2015

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